Archive | gennaio 2013

“Joseph Anton” di Salman Rushdie

Brani tratti da “Joseph Anton” di Salman Rushdie – Mondadori – 2012

«Difendete il testo» rispondeva agli amici che chiedevano come potessero dargli una mano. Gli argomenti di chi lo attaccava erano infatti molto specifici, mentre quelli dei suoi difensori erano spesso generici, per lo più fondati sul pur poderoso principio della libertà di parola. Lui sperava invece in una linea difensiva più mirata, ne sentiva il bisogno; pensava ai criteri di qualità adottati per soccorrere altri libri condannati quali L’amante di Lady Chatterley, l’Ulisse, Lolita; perché quell’attacco violento non era sferrato contro il romanzo in generale, o contro la libertà di espressione in sé e per sé, bensì contro una determinata sequenza di parole (la letteratura, come avevano ricordato gli italiani al Queluz Palace, è costituita da frasi) e contro le intenzioni, l’integrità e l’abilità dello scrittore che le aveva messe insieme. “L’ha fatto per denaro.” “L’ha fatto perché si parlasse di lui.” “Glielo hanno fatto fare gli ebrei.” “Nessuno avrebbe comprato questo libro illeggibile se non avesse offeso l’islam.” Questa era la natura degli attacchi, cosicché per molti anni ai Versi satanici fu negata la vita che spetta solitamente ai libri. Non era più un romanzo, ma qualcosa di più piccolo e brutto: un insulto. Era comicamente surreale che un’opera su metamorfosi angeliche e sataniche si fosse trasformata in una versione diabolica di se stessa, e gli vennero in mente alcune possibili battute dal sapore macabro. (Del tipo: “Hai sentito del prossimo romanzo di Rushdie? Si intitola ‘Buddha, grassone bastardo’”.) Ma in quel nuovo mondo non poteva permettersi di fare dello spirito; un suo commento umoristico sarebbe parso fuori luogo, stonato, di una leggerezza quantomeno inappropriata. Giacché il suo libro era diventato un insulto, lui non poteva che essere l’Insultante, e questo non solo agli occhi dei musulmani, ma anche nell’opinione del grande pubblico.

[…] Mentre le dimostrazioni dei fedeli crescevano di numero, dimensione e intensità, lo scrittore sudafricano Paul Trewhela, in un coraggioso saggio che prendeva le sue difese in un’ottica di sinistra, in termini inflessibilmente laici descrisse la campagna islamica come “il prorompere di un irrazionalismo popolare di massa”, formulazione che conduceva a un interrogativo assai interessante e di difficile soluzione proprio per una persona di sinistra, ossia: come bisogna reagire quando le masse diventano irrazionali? Può “il popolo” avere semplicemente torto marcio? Secondo Trewhela il punto della questione era “l’attitudine secolarizzante del romanzo […] l’intento di Rushdie di ‘discutere di Maometto come se fosse umano’”, e metteva in relazione questi propositi al progetto dei giovani hegeliani nella Germania degli anni Trenta e Quaranta dell’Ottocento, alla loro critica del cristianesimo, al loro convincimento che, per dirla con Marx, “è l’uomo che fa la religione, e non è la religione che fa l’uomo”. Trewhela difendeva I versi satanici situando il romanzo nel solco della tradizione letteraria antireligiosa di Boccaccio, Chaucer, Rabelais, Aretino e Balzac, e spronava il mondo laico a rispondere con vigore a quell’attacco. “Il libro non verrà messo a tacere” scrisse. “Stiamo assistendo alla dolorosa, insanguinata e difficile nascita di un nuovo periodo di illuminismo rivoluzionario.” A sinistra, l’idea che le masse potessero avere torto risultò sgradita a molti, tra cui Germaine Greer, John Berger e John le Carré. E mentre l’opinione pubblica progressista equivocava tra mille tentennamenti, l’irrazionalismo popolare di massa si faceva sempre più irrazionale e sempre più popolare.

Di questo libro ho parlato qui sull’altro mio blog; lo sto leggendo in versione ebook sul mio Kindle (l’ho quasi finito) e ho trovato una grande quantità di brani interessanti – quasi tutti parlano della libertà di espressione, del problema del fondamentalismo religioso, ma anche di come tanti “amici” e “liberi pensatori occidentali” si scoprano non più tanto liberali.