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“I primi artisti” di Chip Walter – da National Geographic gen. 2015

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ono abbonata al National Geographic da quando è apparsa nelle edicole la versione italiana (da un paio d’anni compro la versione digitale, ahimè, per mancanza di spazio).
Questa rivista soddisfa la mia passione per la scienza, la storia, l’etnografia, la natura. Non amo viaggiare fisicamente, preferisco vedere i luoghi attraverso altri mezzi – film, documentari, foto, libri. Il National Geographic mi permette di fare dei bellissimi viaggi.

Il numero di gennaio del 2015 è dedicato ai “Numeri uno – il primo anno di vita di un essere umano, uno dei più importanti per il nostro sviluppo; la prima città dell’Africa, Lagos; e poi l’articolo che più mi ha interessato, “I primi artisti“.
L’articolo di cui ho fotografato qualche brano è scritto da Chip Walter ed è accompagnato dalle foto di Stephen Alvarez.
L’essere umano ha iniziato il suo particolare percorso culturale e intellettivo molto tempo prima che arrivasse a dipingere le grotte di Lascaux o di Altamira, ma è quando ha iniziato a scolpire e usare la pittura (e prima a parlare, suppongo) che ha fatto il salto di qualità, che ha iniziato a vedere il mondo che lo circondava, a cercare di capirlo e a riflettere su di esso.
Chissà chi erano questi nostri antenati, cosa pensavano, come hanno imparato a disegnare e modellare.

“Cartoline da Cipro”

Da "Cartoline da Cipro" - Duccio Boscoli - Internazionale n. 861

Il settimanale “Internazionale” ha sempre avuto un occhio di riguardo per illustratori e fumettisti; per quanto riguarda questi ultimi ne ha pubblicati di famosissimi e di meno conosciuti, soprattutto tra gli italiani.
Il più delle volte lo spazio per i fumetti (non contando la pagine delle strisce e quella finale delle vignette satirico/politiche) è ristretto a un paio di tavole, ma sempre più spesso se ne vedono anche di 4 (nel n. 860 con Emmanuel Guibert), o più raramente veri e propri reportage come quelli di Joe Sacco.
Nelle due tavole delle “Cartoline da CiproDuccio Boscoli con due brevi scene simmetriche ci fa capire la distanza mentale tra turco-ciprioti e greco-ciprioti.

“Le grotte di Mogao”

“...Circa 19 chilometri a sud-est di Dunhuang, dalle dune scolpite dal vento emerge una parete rocciosa curva, alta oltre 30 metri, che svetta sul letto di un fiume fiancheggiato da pioppi. Già verso la metà del VII secolo, quella parete di roccia lunga un chilometro e mezzo era crivellata da centinaia di grotte. I pellegrini venivano qui a pregare prima di attraversare il temuto Deserto di Taklimakan, oppure, come nel caso di Xuanzang, a esprimere gratitudine per il buon esito di un viaggio. All’interno delle grotte, la monocroma sterilità del deserto cedeva il passo a un’esplosione di colore e movimento. Sulle pareti sfilavano migliaia di statue del Buddha in ogni possibile sfumatura cromatica,con le vesti luccicanti d’oro importato. Sui soffitti fluttuavano schiere di apsara (ninfe del paradiso) e musici celesti in diafane tuniche azzurre, di fattura talmente delicata che si stentava a crederli opera umana. Queste eteree rappresentazioni del nirvana erano affiancate da dettagli più mondani, noti a chiunque percorresse la Via della Seta: mercanti dell’Asia Centrale dai lunghi nasi con i tipici cappelli flosci, monaci indiani in tuniche bianche, contadini cinesi intenti a lavorare la terra…

Brano tratto dall’articolo di Brook Larmer “Santuari nella roccia” che appare nel numero di National Geographic del giugno 2010


Le foto del National a corredo di quest’articolo sono splendide, e rendono l’idea della magnificenza sia delle pitture che delle sculture – ma queste ultime mi hanno colpito in maniera particolare per la loro naturalezza e bellezza. Il luogo ha una storia lunghissima di incontro di varie popolazioni in varie epoche, ed è interessantissimo vedere come una religione – la buddista – sia stata diversamente interpretata a seconda delle influenze delle varie culture.

Interessante anche il dilemma che si pone ai curatori di questo immenso e prezioso patrimonio: pulire e mettere alla luce le pitture sulle sculture (ad esempio) per poterle vedere – ma così facendo esponendole al degrado – oppure lasciarle coperte e nascoste, ma intatte?

Qui un paio di siti dove si possono vedere alcune foto del luogo (ma non sono certamente belle come quelle del National Geographic).